Metamorfosi in Punta di Piedi - Mostra personale di Oriana Labruna - 11.09 // 03.10

Metamorfosi in Punta di Piedi

Mostra personale di Oriana Labruna

A cura di Pietro Cusi

C’è una parola che attraversa i secoli come un filo prezioso, capace di legare mondi e tempi diversi: metamorfosi. Dal greco metamórphōsis, che significa “oltre la forma”, questa parola respira di passaggio, di trasformazione profonda che tocca l’anima. Nei miti di Ovidio, troviamo un’eco antica e struggente: «nulla perisce nell’universo, ma ogni cosa si trasforma» (Metamorfosi, XV, 254). È come se tutto ciò che siamo, tutto ciò che conosciamo, non fosse mai davvero perduto, ma in continua mutazione, un ciclo infinito che ci parla di speranza e rinascita.

Nel cammino alchemico medievale, la materia si trasfigura proprio come l’anima umana: fragile, ma determinata a diventare altro. Goethe, con la sua saggezza, ci ricorda che «ogni forma si sviluppa da un’altra, e porta in sé il germe della successiva» (La metamorfosi delle piante, 1790), come un soffio vitale che ci spinge a non fermarci mai, a cambiare e a crescere senza paura.

Oggi, questa parola antica vive e pulsa nelle opere dell’artista: i calchi di gesso emergono dolcemente da un tappeto di sabbia, quasi fossero orme delicate di un viaggio interiore, scarpe che si trasformano in sculture, immagini e gesti che raccontano il passo come una soglia fragile e potente allo stesso tempo. Come Pinocchio, questa figura così vulnerabile eppure tenace, la materia prende vita, si lascia attraversare dal tempo, dal peso e dalla leggerezza, passando dal legno alla carne, dall’inerzia alla leggerezza del cammino. Jung ci parla di questa avventura interiore con parole che sembrano fatte per questo viaggio: «divenire sé stessi è un’avventura di trasformazione» (Ricordi, sogni, riflessioni, 1961). Ogni passaggio, ogni caduta, ogni rialzarsi è un atto di coraggio, una scintilla di vita che non si spegne.

La metamorfosi non è una distruzione, non è una perdita: è sovrascrittura, è trasfigurazione. È quel piede che avanza sul terreno, lasciando un’impronta destinata a dissolversi nel mare, sapendo che è proprio in questa caducità che si nasconde la vera forza. «Non puoi bagnarti due volte nello stesso fiume» ci ammonisce Eraclito (Frammenti, DK22B91), perché ogni passo è diverso, ogni istante unico e irripetibile. Questo viaggio si tuffa nelle profondità della memoria per poi risalire, illuminato dalla luce di un nuovo giorno: è un passaggio tra l’infanzia e la rinascita, tra il silenzio e la trasformazione. Kafka ci regala un pensiero che vibra con questa esperienza: «chi conserva la capacità di vedere la bellezza non invecchierà mai» (Lettere, 1921). 

E così il visitatore è invitato a entrare in un paesaggio fatto di materia e ricordo, come in un antico racconto da vivere con il cuore aperto, attraversando sabbia, gesso e legno come si attraversano le stagioni dell’anima. Rilke ci ricorda che «trasformarsi è vivere; restare fermi è morire lentamente» (Lettere a un giovane poeta, 1929). Scoprire, passo dopo passo, che ogni traccia è un passaggio, e che anche noi, fragili e resilienti, siamo fatti per cambiare forma.

La mostra si apre con due protagonisti le cui esistenze si intrecciano in modo profondo: Pinocchio e Oriana Labruna, l’artista. Pinocchio nasce dalla penna di Carlo Collodi nel 1883 come «un burattino di legno che voleva imparare a essere un bambino» (Le avventure di Pinocchio, cap. I). Dietro la leggerezza della fiaba, si cela un viaggio antico quanto l’umanità stessa, «la discesa agli inferi e la rinascita come nuovo essere» (Morrissey & Wunderlich, The Adventures of Pinocchio, 2001). Quel legno muto prende voce, inciampa, cade, si rialza, attraversa inganni e meraviglie con la forza di chi sa che il cammino è tutto. Carl Gustav Jung ce lo descrive come «un’avventura di trasformazione» (Ricordi, sogni, riflessioni, 1961), ogni prova che affronta lascia una scalfittura, un segno indelebile nel suo corpo, un passo verso una forma ancora invisibile ma promessa.

Molti hanno letto in Pinocchio l’equilibrio fragile tra materia e spirito. Giorgio Agamben ci offre una chiave di lettura preziosa, affermando che «la tragedia della trasformazione si trasforma a sua volta in uno scherzo» (Pinocchio, 2002). Pinocchio è così, sospeso tra il comico e il tragico, un simbolo universale di crescita e cambiamento: il legno grezzo, ancora da scolpire, che si lascia plasmare dall’esperienza per scoprire il volto umano che lo abita. Per altri, è un viandante dell’identità, un corpo fluido che si trasforma con ogni incontro. Katia Pizzi parla di lui come di «figura di identità fluida, continuamente attraversata da metamorfosi e alterità» (Pinocchio, Puppets and Modernity, 2004). Questa fluidità richiama la chiamata etica di Emmanuel Levinas: aprirsi «allo sguardo dell’altro che ci chiama oltre noi stessi» (Totalità e Infinito, 1961). Così, la sua storia pulsa ancora oggi, vibrando non solo come un racconto per bambini, ma come un paesaggio interiore complesso, dove ogni bugia, ogni verità, ogni caduta e ogni slancio si trasformano in soglie luminose, finestre aperte verso una metamorfosi possibile.

In questa mostra, il mito di Pinocchio non si limita a essere raccontato, ma si fa carne, materia viva. Calchi di gesso emergono come tracce effimere da un tappeto di sabbia: orme destinate a svanire, ma cariche della forza primordiale del passaggio, del primo passo incerto eppure deciso verso il mondo. È il cammino di Pinocchio e di chi guarda, un invito a entrare in uno spazio dove la materia parla, racconta, respira. Scarpe scultura sorreggono figure leggere, sospese tra peso e leggerezza, come se fosse possibile vincere la gravità con la sola forza del cammino. Qui, il piede non è solo appoggio: è soglia, è ponte tra un “prima” e un “dopo”. Legno, gesso e sabbia si alternano, a volte duri, altre volte fragili e mutevoli, e nel loro incontro svelano la possibilità di una metamorfosi silenziosa e potente.

Il visitatore è chiamato a muoversi con delicatezza dentro questo paesaggio interiore, a percorrere un viaggio intimo e profondamente trasformativo, in cui ogni elemento diventa attraversamento: dall’infanzia all’identità, dal peso alla leggerezza, dal burattino all’umano. L’esperienza della mostra non si riduce a una semplice successione di opere, ma diventa un rituale, un cammino che invita a trasformarsi. E in questo percorso, ogni passo diventa una soglia, ogni traccia un invito a riconoscere che — come Pinocchio — anche noi siamo fatti per cambiare forma, per rinascere, per continuare a trasformarci.

Biografia – Oriana Labruna

Oriana Labruna nasce a Ragusa il 29 agosto 1985. La sua formazione artistica inizia al Liceo Artistico di Modica, immersa nella luce dorata e nella suggestiva atmosfera tardo barocca della Valle di Noto. È in questo contesto che apprende i primi rudimenti del disegno, sviluppando una sensibilità visiva già profondamente legata alla bellezza e alla cultura del suo territorio.

Spinta da un desiderio profondo di conoscenza e perfezionamento, si trasferisce a Firenze per proseguire gli studi all’Accademia di Belle Arti. Qui entra in contatto con maestri che le trasmettono l’amore per la tradizione e un’etica del lavoro che resteranno centrali nella sua pratica artistica. Il periodo fiorentino si mostra particolarmente fecondo. In questi anni  consegue il

Diploma di laurea in tre differenti discipline: Pittura, Linguaggi Multimediali e Haute Couture.

Nel 2012 avvia un progetto che ancora oggi rappresenta il cuore della sua ricerca: la creazione di Scarpe Scultura, pezzi unici interamente realizzati a mano. Il percorso prende inizialmente forma attraverso la realizzazione di calzature vere e proprie, ma ben presto evolve in una direzione più libera e sperimentale.

Attraverso questa metamorfosi, la scarpa si disvela come dispositivo narrativo, archetipo e veicolo di riflessione.

Essa è al contempo contenitore e supporto di un passaggio interiore: un cammino di  trasformazione, una sorta di viaggio esistenziale, plasmato da una materia viva, mai statica, in perpetuo mutamento.

 

Info mostra

Opening: giovedì 11 settembre 2025, ore 18:30 – 21:30 (con rinfresco e presenza dell’artista)
Mostra visitabile: 12 settembre – 3 ottobre 2025
Orari: mercoledì – venerdì 14:00 – 19:00 | sabato – domenica 14:00 – 18:00
Sede: Alveare Culturale Studio, Via Carlo Imbonati 12, Milano
Contatti: WhatsApp 333 6792603 | info@alveareculturale.it





Informazioni

📍 Alveare Culturale Studio
Via Carlo Imbonati, 12 – Milano
📆 Dall’11 settembre al 03 ottobre 2025
🎉 Opening: giovedì 11 settembre, dalle 18:30 alle 21:30
🎟 Ingresso gratuito
🕒 Orari di apertura: mercoledì–venerdì, 14:00–19:00 // sabato-domenica, 14:00-18:00