GRAVAME – MOSTRA PERSONALE DI FRANCESCA LAGHEZZA – 05.02 // 27.02.2026

Gravame
Mostra personale di Francesca Laghezza
A cura di Sharon Marini, Marcella Minutillo e Pietro Cusi
Alveare Culturale Studio, Milano
5 – 27 febbraio 2026

Vivere implica l’esperienza della relazione, che si dirama in diverse forme e direzioni. Dunque, la relazione è un aspetto imprescindibile e necessario della vita, che porta con sé delle implicazioni significative, in quanto richiede un coinvolgimento biologico, psicologico e fisico. In molti casi,  questo coinvolgimento non è privo di difficoltà: richiede uno sforzo da parte dell’individuo, soprattutto in termini di tempo ed energie, e talvolta l’investimento richiesto si trasforma in un peso faticoso da sostenere.  Una tensione di questo tipo può manifestarsi sotto varie sembianze, dall’impegno emotivo necessario per conoscere e affezionarsi, al carico psichico instillato da una relazione in difficoltà o dalla necessità di prestare aiuto a chi è accanto, fino all’ingombro materiale rappresentato dagli oggetti, ricevuti o ereditati, legati simbolicamente all’altro e portatori di una valenza simbolica significativa per chi li riceve. Nasce quindi l’esigenza, spesso tacita e inconsapevole, di dare una forma a questo peso invisibile.

Nella sua prima mostra personale a Milano, Francesca Laghezza (Potenza, 1994), fotografa e scenografa teatrale, ha scelto di mettere sotto indagine questo aspetto dell’esperienza umana, a partire dalla riflessione su una vicenda personale. Attraverso l’esplorazione del termine “gravame (lett. “peso, carico (in senso astratto) che grava su una persona”, da gravare, in Enciclopedia Treccani), l’artista si interroga sulle forme e sui significati che questo “peso” assume nella vita delle persone. All’interno del percorso espositivo, questo concetto “viene utilizzato come metafora di un carico interiore: traumi, vincoli familiari, dipendenze, condizionamenti sociali, sensi di colpa, paure, aspettative, mancanze” per indagare quello che l’artista descrive come un “peso invisibile” ossia “tutto ciò che ci trattiene, ci immobilizza, ci ancora a una condizione di stasi emotiva, identitaria o esistenziale”.

Il progetto fotografico e installativo ha una funzione evocativa che mira a “parlare di un sentimento attraverso un’esperienza sensoriale” per spingere l’osservatore a interrogarsi sulla propria esperienza e ad aprire uno spazio introspettivo a ciò che normalmente viene lasciato nelle zone d’ombra della vita quotidiana.

Si può affermare che l’esposizione non abbia  un intento documentario, bensì desidera  essere un dispositivo evocativo di un’esperienza potenzialmente comune. Lo spazio vuole essere una parentesi riflessiva sul concetto esplorato, un luogo di condivisione di esperienze simili, di un sentire anche vissuto con sfumature differenti.

Nell’ottica di evocare la riflessione sul gravame, il percorso espositivo si apre con un’installazione sonora, composta da un cubo di compensato cavo, che cala dal soffitto, appeso a un filo, creando una scatola sospesa. L’opera richiede la diretta partecipazione dello spettatore: al fine di fruire a pieno dell’esperienza emozionale e narrativa pensata dall’artista, chi osserva dovrà chinarsi, inserirsi nella scatola, e sostare al suo interno. Qui, senza sosta, viene riprodotta la traccia audio realizzata dall’artista, accompagnata da un sottofondo musicale: Laghezza ha registrato le riflessioni di  varie persone, alle quali è stato proposto di riflettere sul concetto fondante della mostra. La raccolta di registrazioni  che ne è scaturita si configura come una moltitudine di voci, che narrano la propria esperienza in relazione al concetto di gravame: c’è chi si dilunga nel raccontarsi, chi vive questa eredità in modo piacevole e c’è chi invece non la percepisce come gravosa. Immergersi  nell’ascolto permette di entrare in relazione con le storie raccontate e di sentirsi stimolati a riflettere sul proprio vissuto.

Grazie alla messa in relazione tra installazione e spettatore, è presente uno spostamento continuo tra personale e universale, tra il condivisibile e il non, tra il singolo e la comunità. L’interazione, richiesta dall’opera, attiva il visitatore e lo prepara al resto del percorso espositivo, che si chiude con un’installazione in plexiglass che funge da “deposito” in cui lasciare le riflessioni suscitate dal tema della mostra. 

Proseguendo a sinistra della scatola sonora, su una mensola in legno, è collocata una grande cornice colma di cenere che, a un occhio meno attento, pare non contenere nessuna immagine. Richiamando l’atmosfera domestica, per riuscire a vedere ciò che la cornice conserva, è necessaria l’azione dell’osservatore, che dovrà maneggiarla, così come si prende una fotografia cara conservata in casa al fine di  contemplarla. All’interno della cornice, offuscato dalla cenere, si trova uno scatto a dimensione fototessera e, a seconda di come si maneggiano i bordi, la fotografia nascosta sarà più o meno visibile; la foto è legata alla vicenda personale dell’artista, seme delle riflessioni che hanno permesso la fioritura di questa esposizione.

La scelta di sottoporre l’immagine a una copertura vuole simboleggiare l’universalità dell’esperienza vissuta. L’opera in mostra, infatti, non vuole  assumere l’aspetto di un memoriale dedicato alla storia personale di Laghezza, ma intende essere una intima confessione, una frammentaria condivisione di vita privata, al servizio di una riflessione pubblica e aperta: dentro quella cornice, infatti, potrebbe esserci chiunque.

La cornice condivide la parete con la sezione successiva del percorso espositivo, che comprende una selezione di undici fotografie su carta fotografica opaca, coperte da carta velina ed esposte in sequenza lineare. In questa composizione, l’artista ricostruisce in chiave narrativa la casa di residenza e la figura di un parente. Isolando alcuni dettagli significativi dell’ambiente domestico viene rievocata l’atmosfera confidenziale e racchiusa della dimora italiana tradizionale e, allo stesso tempo, viene espressa l’ambiguità e la dicotomia della vita familiare, composta da elementi personali ed ereditati, intimi e impersonali. La casa, rappresentata nelle fotografie come deposito e custode di oggetti e memorie, diviene lo spazio che viene abitato dai suoi inquilini e che, a sua volta, li impegna, costituendo il mondo materiale ed emozionale in cui si muovono. Questa tensione simbolica tra personale e impersonale, incarnata dagli oggetti che l’artista ha scelto di immortalare, costruisce un percorso dialogico con lo spettatore, andando a stimolare emozioni e sensazioni private e, contemporaneamente, universali. La scelta dei dettagli fotografici apre uno spazio liminale, uno spazio aperto tra conscio e inconscio, in cui l’osservatore può riconoscersi e immedesimarsi per iniziare una riflessione sulla propria eredità familiare e sul suo significato emotivo. Il concetto di gravame è concepito dall’artista come un lascito involontario ma inalienabile che viene ereditato e raccolto dai familiari a cui tocca il compito di elaborarlo e ricondurlo a una narrazione coerente della propria rete familiare.

Di fronte all’esposizione fotografica, è riprodotta una versione rivisitata del salotto rappresentato nelle fotografie dell’artista. Attraverso un allestimento scenografico interattivo, che ricostruisce un soggiorno italiano degli anni Settanta, il visitatore è invitato a immergersi nell’ambiente domestico e a ripercorrere la propria esperienza familiare, riflettendo sul proprio significato del concetto di gravame. Il salotto è composto da mobili d’epoca di recupero e mette in scena una versione esasperata dei simboli tradizionali della casa italiana dell’epoca. La cupezza dei colori, la tonalità delle luci e la pesantezza dei materiali riempiono lo spazio per ricreare un’atmosfera soffocante e pregna di significato, in disaccordo con il resto del percorso espositivo, e volta a mettere l’osservatore in una condizione di disagio.

In questo spazio, i visitatori hanno la possibilità di accomodarsi e dedicare alcune riflessioni al tema della mostra e alle emozioni che ha suscitato in loro. Elaborando in forma scritta la propria esperienza e i propri pensieri, il pubblico è invitato a diventare parte integrante dell’esposizione ed energia propulsiva per nuove evoluzioni sul tema oggetto dell’indagine artistica.

A chiudere il percorso espositivo è collocata una scatola di plexiglass trasparente, in cui i visitatori potranno lasciare le proprie riflessioni, che entreranno a far parte dell’archivio dell’artista. Depositando i propri pensieri sul concetto di pesantezza e carico familiare, essi potranno finalmente liberarsene figurativamente attraverso un gesto esorcizzante e catartico, che permette loro di rientrare nel quotidiano con nuova consapevolezza e nuovi punti di vista.

 

Poetica

La ricerca di Francesca Laghezza si sviluppa a partire da un approccio narrativo e spaziale all’immagine, ereditato dalla pratica scenografica, e si concentra sul rapporto tra memoria, paesaggio e identità. L’artista considera la fotografia come uno strumento di osservazione e ascolto, capace di restituire la complessità dei luoghi e delle storie che li abitano. I suoi progetti nascono da esperienze personali e da una geografia interiore legata ai luoghi d’origine, profondamente radicati nell’immaginario che propone all’osservatore.

L’indagine oggetto della mostra muove dall’intento di esplorare, dal punto di vista dell’osservatore, il mondo dell’inconscio, in una prospettiva relazionale ed emotiva. Attraverso un’esposizione immersiva, costruita a partire da elementi visivi e sonori, l’artista accoglie la lezione di alcuni celebri esponenti dell’arte contemporanea.

La creazione di una scatola sonora riprende la tradizione delle installazioni audio-multimediali immersive di artisti come Janet Cardiff [vd. The Forty Part Motet (2001)] e dei suoi lavori con George Bures Miller [vd. Dreaming Naoshima (2016)] in cui gli elementi ambientali, sonori e interattivi si intrecciano per creare un ambiente totalizzante e avvolgente che coinvolge e stimola il visitatore in prima persona.

Inoltre, Laghezza si mette in dialogo con artisti come Christian Boltanski [vd. L’Album photographique de la famille de B (1991) e Petit Monument Odessa (1990)] di cui riprende il taglio domestico e ravvicinato dei soggetti fotografati. Adottando questo punto di vista, l’artista costruisce un ambiente intimo e allo stesso tempo sconcertante che spinge l’osservatore a interrogarsi e ad iniziare la propria indagine personale. In aggiunta, tramite la scelta del supporto fotografico e del sovradimensionamento della cornice della prima opera in mostra, l’artista esalta l’elemento straniante e al contempo familiare che rappresenta il filo conduttore dell’intera esposizione.

Nella parte finale del percorso, dedicata al salotto e alla scatola trasparente, l’artista apre un’altra linea di contatto, questa volta con Sophie Calle, la cui opera realizza “un’indagine implacabile sull’emotività, della quale segue in sé stessa e nelle vite degli altri le trame profonde, sondando la dimensione esistenziale attraverso l’uso di una pluralità integrata di mezzi espressivi, in una mise-en-place di oggetti, video e testi” (da Enciclopedia Treccani). Entrambe le artiste mirano a costruire una costellazione simbolica fortemente evocativa e referenziale che mette in mostra l’introspezione nel momento stesso in cui la suscita nello spettatore. Come nell’opera di Calle [vd. “Take Care of Yourself. Maud Kristen, Clairvoyant” (2007)], l’allestimento scenografico interattivo del salotto invita l’osservatore a farsi partecipante e soggetto della riflessione proposta da Laghezza, diventando a sua volta parte dell’opera.

 

Biografia

Francesca Laghezza nasce a Potenza nel 1994. Dopo il diploma in Arti Applicate con specializzazione in Disegno di Architettura e Arredamente presso l’Istituto Statale d’Arte, si trasferisce in Puglia per intraprendere gli studi in Scenografia teatrale e cinematografia all’Accademia di Belle Arti di Foggia. Il filo conduttore della sua produzione è l’esplorazione del simbolismo nell’arte e la sua indagine artistica coinvolge medium e linguaggi variegati, spaziando “dal teatro alla fotografia, dalla pittura alla video-installazione”. Al centro della poetica di Laghezza si pone la “curiosità verso il rapporto tra spazio, forma e immagine”.




Informazioni

📍 Alveare Culturale Studio
Via Carlo Imbonati, 12 – Milano
📆 Dal 5 al 27 febbraio 2026
🎉 Opening: giovedì 5 febbraio, dalle 18:30 alle 21:30
🎟 Ingresso gratuito, registrazione consigliata
🕒 Orari di apertura: mercoledì–domenica, 14:00–19:00

L’Alveare