donne che escono dai muri - mostra personale di marina lubrano - 05.03 // 27.03.26

Donne che escono dai muri – mostra personale di Marina Lubrano

Donne che escono dai muri” è la mostra personale di Marina Lubrano: un percorso tra materia, memoria, parola e maternità, dove il muro diventa soglia e le figure femminili affiorano come presenze necessarie. A cura di Anna Giulia Pece, Matilda Abbati, Sabrina Camiolo.

Donne che escono dai muri – mostra personale di Marina Lubrano

Dipingo le donne per restituire la mia esperienza come donna e come persona. E ho cominciato a farlo quando ho capito il filo conduttore della mia vita: un abbraccio mancato che mi ha spinto ad inventare dei contenitori che fossero come abbracci”.
Marina Lubrano

Il nucleo tematico della mostra Donne che escono dai muri affonda le sue radici nell’esperienza dei consultori autogestiti e nel clima del femminismo degli anni Settanta, quando la lotta per l’autodeterminazione apriva spazi di ascolto collettivo e di condivisione. Lo slogan “Io sono mia” nasce dal contesto del femminismo italiano di quel decennio, simbolo di autodeterminazione femminile e rifiuto del possesso maschile sulle donne. Emerse durante il movimento femminista italiano, in particolare con le proteste di Rebibbia nel 1975, dove un gruppo di detenute espulse per aver rivendicato i loro diritti gridò “Né puttane né madonne, io sono mia” contro stereotipi e discriminazioni. Venne popolarizzato anche dal film Io sono mia (1977) di Sofia Scandurra, che contribuì a diffonderlo nelle piazze e nelle manifestazioni. In quei contesti, non si trattava solo di slogan, ma di una pratica quotidiana: gruppi di self-help, incontri sulla salute, sulla maternità e sulla contraccezione, cerchi di dialogo in cui le storie personali trovavano riconoscimento e diventavano coscienza comune.

In questi luoghi protetti, Marina Lubrano ha assorbito una circolarità di esperienze: differenze, fragilità e forza che si intrecciano, vissuti individuali che si trasformano in memoria condivisa. Da qui nasce il primo focus della sua ricerca: la parola, perché nominarsi significa esistere. Ne consegue quindi che ciotole e i vasi, ricorrenti nel suo lavoro, diventino contenitori simbolici di parole, pensieri e memorie, spazi in cui raccogliere frammenti di voce e costruire un proprio racconto.

Con il passaggio alla ceramica e alla pittura materica, l’immagine del contenitore si traduce in forma e gesto. Per l’artista le superfici e le forme circolari evocano l’abbraccio: custodiscono e proteggono, ma allo stesso tempo invitano a esporsi. Le sue opere nascono distese a terra, in uno spazio che permette all’artista di muoversi attorno e dentro la superficie, senza la distanza del cavalletto o della parete. Il lavoro si costruisce attraverso una relazione fisica e immersiva con la materia: avvicinarsi, chinarsi, toccare, aggiungere e sottrarre. La superficie diventa così un campo attraversato più che osservato, dove immagini, tessuti e pigmenti si stratificano attraverso il contatto diretto e l’azione del corpo. Lavorare a terra significa anche affidarsi alla gravità e lasciare che il processo mantenga una dimensione aperta e organica, in un movimento circolare che richiama la logica del contenere e dell’accogliere presente nell’intera ricerca dell’artista. Questo secondo filo conduttore nasce anche da un’esperienza biografica profonda, dove il contenere diventa metafora di un bisogno originario di accoglienza.

A questa matrice personale e politica si intrecciano i viaggi e l’infanzia trascorsa in Egitto. L’esperienza dell’Africa e dell’Oriente, insieme all’incontro con voci di donne provenienti da altri contesti culturali, amplia lo sguardo dell’artista verso una dimensione più universale. Le figure femminili che abitano le sue opere non sono idealizzate, ma presenze concrete portatrici di dignità, resilienza e complessità, capaci di affermare la propria esistenza nonostante restrizioni sociali e culturali abbiano cercato di contenerle, trasformando le proprie fragilità in forza e determinazione

La mostra nasce dall’urgenza di dare forma a ciò che spesso resta trattenuto: storie ed energie femminili che abitano la quotidianità senza trovare spazio di espressione. Il lavoro di Marina Lubrano si muove su questa soglia, tra protezione ed esposizione, tra il bisogno di essere accolte, e di accogliere, e la necessità di emergere.

Nella serie Donne che escono dai muri, che conferisce il titolo alla mostra, corpi femminili affiorano dalle superfici come presenze che cercano luce. Il muro diventa simbolo di ciò che contiene e silenzia, limiti sociali, culturali e interiori, ma anche materia di trasformazione. Le figure si staccano dalla parete, attraversano la soglia, portando alla luce ciò che era rimasto in ombra. L’uscita non è un gesto retorico, ma un atto essenziale e silenzioso di affermazione. 

Il lavoro materico amplifica questa tensione. Tessuti, pizzi, carte, spezie, fotografie e materiali quotidiani costruiscono superfici dense, legate alla vita domestica e al lavoro invisibile delle donne. L’artista interviene inoltre attraverso un processo di stampa che introduce una distanza dall’opera originaria. L’immagine viene riprodotta, rielaborata e trasformata, fino a diventare un nuovo lavoro autonomo. Le fotografie dei tessuti, ad esempio, vengono manipolate digitalmente, attraversando un processo di trasformazione e riscrittura visiva che ne altera trame, colori e stratificazioni. La scelta di forme e colori caldi genera uno spazio che accoglie senza trattenere, dove la fragilità può trasformarsi in forza e la memoria personale diventare esperienza condivisa.

Mostra personale di Marina Lubrano: tema e contesto

Femminismo anni Settanta, consultori autogestiti e “Io sono mia”

Questa mostra personale di Marina Lubrano dialoga con il femminismo italiano degli anni Settanta, con le pratiche collettive di ascolto e autodeterminazione, e con la trasformazione della memoria individuale in coscienza comune.

Il contenitore come abbraccio e come spazio di parola

Nel percorso di “Donne che escono dai muri”, la forma del contenitore (ciotole, vasi, superfici circolari) diventa una grammatica emotiva: accogliere senza trattenere, custodire senza chiudere.

Donne che escono dai muri (serie e iconografia)

Corpi femminili che attraversano la parete

Nella serie che dà il titolo alla mostra personale di Marina Lubrano, il muro non è sfondo: è limite, archivio, soglia. Le figure emergono come gesto silenzioso di affermazione e presenza.

Materia, stratificazione e lavoro “a terra”

Pittura materica, ceramica, tessuti, fotografie, spezie e carte costruiscono superfici dense. Il processo fisico, immersivo e circolare rende la materia una forma di pensiero: la superficie si attraversa, non si guarda soltanto.

Nelle prime opere, corpi femminili sbocciano da superfici murarie, intrecciati a vasi colmi di grafie e segni, metafore cioè di una moltitudine di esperienze che traboccano, ma anche di narrazioni che chiudono e che racchiudono in sé sfere ambivalenti. Il muro non è sfondo, ma soglia. Perchè le donne che escono dai muri lo fanno attraverso gesti quieti, silenziosi e necessari. Sono donne stratificate, non piatte, che godono di una loro complessità insita e appartenente a tutto il genere umano. In quanto donne però spesso la loro complessità viene richiusa all’interno delle mura di casa e devono compiere un passo ulteriore per esprimerla. Devono attraversare strati su strati per affermarsi. Le figure femminili dell’artista non abitano semplicemente la superficie: la attraversano, escono dai muri come presenze liminali, sospese tra apparizione e materia. Non sono rappresentate sul supporto, ma sembrano affiorare da dentro di esso, come se la parete fosse un luogo di sedimentazione della memoria. Quando le donne ne fuori-escono, compiono un gesto simbolico: si sottraggono all’invisibilità, reclamano uno spazio pubblico, rompono il silenzio della superficie.

Un muro botanico leccese, terre esotiche e pizzi domestici trattati con cera e pigmenti diventano superfici stratificate che trattengono e insieme liberano. Le figure sbocciano da queste pareti come da una roccia fertile, fuse a edere e rampicanti, con turbanti e fiori in testa, in una costante gestazione di sé. L’emersione è raccoglimento e al tempo stesso liberazione. Farle uscire dai muri di casa, così l’artista stessa definisce il suo gesto, significa restituire spazio all’unicità e alla possibilità di abitare il mondo secondo la propria misura. Sono donne-natura, legate alla terra, ma non radicate in senso passivo: la loro appartenenza è dinamica e generativa.

La materia, nel lavoro di Marina Lubrano, non è solo un elemento formale ma è un linguaggio. Le opere sono composte da strati differenti: fotografie di muri, pizzi e merletti trattati con colori a cera, l’utilizzo della carta vetrata, pigmenti e spezie, tutti elementi che portano con loro una storia simbolica ma anche culturale. Una matericità mista, non omogenea che rende la superficie pittorica un intreccio di livelli molteplici. Questa composizione amplia la rappresentazione: la complessità non viene semplificata, ma tenuta insieme. La superficie diventa così spazio di risonanza collettiva, custodendo tracce senza mai eliminarle.

Lo spostamento geografico dell’artista le permette di incontrare e ritrarre donne di altre culture in paesi lontani per poterle osservare con distanza, mettendone in evidenza valori come forza, dignità e regalità quotidiana. È attraverso le donne che scopre i luoghi. I copricapi, i turbanti, l’attenzione con cui il tessuto viene avvolto, in gesti rituali, diventano elementi centrali della sua iconografia).

Le parole nella mostra personale di Marina Lubrano

Nominarsi significa esistere

La parola è un luogo: non didascalia ma architettura simbolica. In “Donne che escono dai muri – mostra personale di Marina Lubrano”, il linguaggio si fa materia, gesto, selezione e riscrittura.

Poesia e genealogie femminili

Il dialogo con poetesse e poesie non è citazione ornamentale: è un coro che sostiene i soggetti e costruisce una trama di alleanze, memoria e possibilità.

“(…) La sorte, finora, mi è stata benigna. poteva non essermi dato il ricordo dei momenti lieti. Poteva essermi tolta l’inclinazione a confrontare. Potevo essere me stessa – ma senza stupore, e ciò vorrebbe dire qualcuno di totalmente diverso.” — Wislawa Szymborska, Nella Moltitudine 

La parola consente alle donne di riprendersi i propri spazi, uscire dai muri e dai significati che le intrappolano, costruendo una narrazione personale, che si riappropria dei valori intrinsechi nelle parole e ne inventa di nuovi.  La parola diventa spazio abitabile, non è semplice didascalia, ma architettura simbolica.

Nell’opera Cerco parole, dove si vede una donna che siede con le mani immerse in una ciotola colma di parole. Il gesto è silenzioso ma radicale. Non raccoglie, non subisce, non riceve: tocca, seleziona, rimescola, sceglie. La riappropriazione passa dal corpo. Le mani affondano nel linguaggio come se fosse argilla. Le parole diventano materiale plastico e trasformabile, in un atto di autodeterminazione narrativa e creativa.

Anche qui la matericità è decisiva: le scritture non sono semplicemente stampate o sovrapposte. Sono inglobate nella superficie, stratificate, talvolta abrase. Alcune emergono nitide, altre restano parziali, come memorie riaffiorate. Riappropriarsi delle parole significa allora sottrarle a un uso normativo o stereotipato, farle passare attraverso il corpo, restituirle a una dimensione relazionale e collettiva.

In un’opera vediamo una figura femminile di profilo, il soggetto è collocato davanti o dentro uno sfondo attraversato da parole. Qui la riappropriazione avviene per alleanza e prossimità. Le parole scritte alle sue spalle la accompagnano, come un coro sommesso, senza sovrastarla. Allo stesso modo la figura non è isolata: è sostenuta da una genealogia femminile, in quanto il soggetto è proprio una delle nipoti dell’artista. 

Per tutti questi lavori, Marina Lubrano si è ispirata a diverse poesie e poetesse, tra le quali Wislawa Szymborska, Maram Al Masri, Moniza Alvi e Joumana Haddad, che hanno saputo parlare con sensibilità e efficacia al mondo dell’esperienza del femminile, dell’essere donna in realtà complesse ed ostili. Ne emerge difficoltà ma anche un’intrinseca bellezza che pochi mezzi, come la poesia, sanno restituire.

Motherhood: maternità come spazio viscerale e non idealizzato

Abbraccio, protezione, corpo

Il nucleo “Motherhood” nella mostra personale di Marina Lubrano indaga la maternità come architettura del corpo: protezione, densità, fatica del tenere. Un’immagine potente che rifiuta cliché e addolcimenti.

Trasformazione della materia: acqua, roccia, sabbia

Le variazioni materiche e simboliche trasformano l’abbraccio in paesaggio e il gesto in struttura. La figura materna si fa luogo, ciclo, forma generativa.

“(…) Tra noi, figlio mio, montagne, mari, venti e notti senza colore ritmate da paure e speranze. (…) La tua vita mi è cara … come quella di tutti i bambini di tutte le madri. Io ti dedico figlio alla libertà.” — Maram Al Masri – Lettera di una madre araba al figlio.

Nel nucleo dedicato alla maternità, la rappresentazione si fa più raccolta, intima e viscerale. La maternità non è idealizzazione, ma si fa luogo esplorabile. Uno spazio costruito con il corpo.

Le sue sono donne rappresentate come entità maestose, cerchi di braccia che avvolgono e rassicurano, ma che al tempo stesso sfidano la narrazione univoca della cura. La maternità nella ricerca artistica di Lubrano si declina in abbracci protettivi senza ridursi a cliché, celebrando invece una forza ieratica che trascende confini culturali e personali, rappresentando un luogo sicuro, viscerale, animale, un braccio ripiegato che stringe, un corpo che si arrotonda in ansa-nido. È dare la schiena al fuori, all’incertezza, e protezione all’interno.

Qui il contenere non significa chiudere, ma proteggere e far crescere. L’abbraccio mancato, che attraversa la biografia dell’artista, si trasforma in forma plastica. La maternità diventa uno spazio sicuro, ma non edulcorato: è animale e corporeo. È sacco, coperta, telo steso a terra. È architettura minima costruita con il corpo. Gli abbracci rappresentati da Lubrano si iscrivono in superfici spesse, stratificate, tattili. Le figure non sono levigate. Conservano la densità del gesto, la fatica del tenere. La materia e il colore si fanno pelle che protegge.

La donna diventa sostanza naturale, perfettamente aderente agli elementi. Attraverso un trittico di collage l’artista cattura l’essenza viscerale della maternità rappresentata attraverso tre variazioni della figura archetipica della donna che abbraccia il bambino, eco lontana della Vergine con il Bambino, ma svuotata di idealizzazioni religiose. La prima tavola presenta la madre con fiori ricamati sull’abito che tessono un abbraccio domestico e rigoglioso, dove la rete e il pizzo ordinano il caos in un velo sacro e tattile. Nella seconda variazione, l’acqua da’ forma al corpo, infonde uno sguardo che scruta oltre l’orizzonte, incarnando l’archetipo junghiano della Grande Madre (Simboli della trasformazione, 1912), liquida rigeneratrice che dissolve e plasma nel ciclo vita, morte e rinascita. Infine, la donna viene rappresentata nella solidità immota della roccia e nella mutevolezza granulosa della sabbia: un contenitore stratificato dove la materia si decompone per generare nuova forma, trasfigurando l’abbraccio mancato in monte protettivo, carico di fatica e tenacia.

Il lascito: esperienza espositiva e partecipazione del pubblico

Spazio caldo e avvolgente, soglia protetta

L’allestimento accompagna i temi della mostra personale “Donne che escono dai muri”: prossimità, ascolto, emersione. Un ambiente che amplifica la relazione tra opere e visitatori.

Le ciotole, le citazioni e la scrittura collettiva

Il pubblico è invitato a completare, inserire, intrecciare. Un gesto semplice e potentissimo: far diventare la mostra un archivio vivo di voci.

Lo spazio espositivo, caldo e avvolgente, non si limita ad accogliere le opere ma ne diventa parte integrante, rispecchiando e amplificando i temi che attraversano l’intero percorso. Le opere dialogano con un ambiente concepito come luogo di prossimità e ascolto, capace di offrire a chi entra la percezione di una soglia protetta. È uno spazio che evoca simbolicamente la presenza di una figura materna: un rifugio in cui sentirsi accolti, custoditi e liberi di manifestare la propria identità senza timore.
Il percorso dell’artista si configura come testimonianza concreta di un processo di trasformazione, in cui fragilità, memoria e ricerca personale si traducono in consapevolezza. Le opere diventano così un invito a riconoscere la possibilità di emergere dal proprio muro, a individuare dentro di sé un filo conduttore capace di dare senso e direzione alla propria esperienza.
In questa dimensione di ascolto e partecipazione si inseriscono i due vasi collocati al centro della sala. Nel primo si trovano citazioni tratte da poesie di donne di diverse etnie di particolare rilievo per l’artista, citate precedentemente, lasciate intenzionalmente aperte dando al pubblico la possibilità di completarle con parole proprie. I pensieri scritti vengono poi inseriti in una seconda ciotola, dando forma a una raccolta di voci che intreccia esperienze individuali e sensibilità diverse.
Questa apertura al dialogo si lega all’attenzione che la mostra rivolge al presente. Molti lavori rimandano alla condizione in cui ancora oggi numerose donne si trovano costrette a convivere con difficoltà economiche, disuguaglianze persistenti, pressioni sociali e limiti spesso invisibili. La ricerca di Marina Lubrano apre uno spazio di consapevolezza e restituisce visibilità a realtà che rischiano di rimanere ai margini.
La mostra si pone così come uno spazio in cui ciò che era trattenuto può prendere forma e in cui l’atto di emergere diventa un gesto necessario di affermazione e trasformazione collettiva. Uscire dai muri significa attraversare il passaggio dal silenzio alla presenza, dalla memoria alla possibilità.

Biografia di Marina Lubrano

Marina Lubrano (Il Cairo, 1955): ricerca tra materia, viaggio e relazione

Questa sezione raccoglie gli elementi principali del percorso dell’artista, fondamentali per inquadrare “Donne che escono dai muri – mostra personale di Marina Lubrano”: il tema del contenitore, la pratica materica, il lavoro nello spazio e l’esperienza nel campo dell’ascolto.

Marina Lubrano (Il Cairo, 1955) sviluppa la propria ricerca artistica a partire da un bisogno profondo: dare forma a uno spazio che accolga. Il tema del contenitore attraversa tutto il suo lavoro come metafora di cura, protezione e trasformazione. Le sue opere nascono dal desiderio di restituire la propria esperienza di donna e di essere umano, creando immagini e forme che possano diventare luoghi emotivi, simili a un abbraccio.

Il viaggio è parte integrante del suo percorso. Ha attraversato l’Italia, l’Europa, l’Oriente, la Cina e l’Africa, lasciandosi ispirare dalla vita quotidiana, dai gesti semplici, dagli oggetti comuni. Dai suoi spostamenti raccoglie materiali, superfici e memorie che diventano nutrimento per la sua ricerca.

La sua pratica prende forma nell’incontro diretto con la materia. La ceramica tornita, i nidi intrecciati con rami e fibre naturali, le superfici dipinte nascono da un lavoro fisico e meditativo, in cui il gesto costruisce lentamente uno spazio tra interno ed esterno, tra fragilità e resistenza. Al centro della sua ricerca rimane la tensione tra accogliere e trattenere, tra protezione e libertà.

Accanto alla pratica artistica, l’esperienza nel campo dell’ascolto e della relazione con le donne ha profondamente influenzato il suo sguardo sul corpo, sull’identità e sulla memoria. La sua sensibilità per la costruzione dello spazio, della luce e dell’immagine si è affinata attraverso il lavoro come set designer e decoratrice per fotografia, progetti editoriali e cinema, collaborando, tra gli altri, nel 2009 con Sofia Coppola per il film Somewhere e nel 2021 con Elle Italia.

Oggi la sua ricerca riunisce questi percorsi in una pratica che unisce materia, esperienza e immaginazione, trasformando l’opera in un luogo di presenza, relazione e possibilità.

Credits

A cura di: Anna Giulia Pece, Matilda Abbati, Sabrina Camiolo
Exhibition design e allestimento: Matilda Abbati, Pietro Cusi

Informazioni

📍 Alveare Culturale Studio
Via Carlo Imbonati, 12 – Milano
📆 Dal 5 al 27 marzo 2026
🎉 Opening: giovedì 5 marzo, dalle 18:30 alle 21:30
🎟 Ingresso gratuito, registrazione consigliata
🕒 Orari di apertura: mercoledì–venerdì, 12:00–19:00 // sabato-domenica, 14:00–18:00